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Massimo Marchettini – 1992

Massimo Marchettini, discorso del pranzo della vittoria del 1992

Quante volte nella vita avremo modo di pensare e di riflettere su quello che hanno rappresentato per noi questi momenti, queste vittorie; quanti sacrifici, quante battaglie, ma con quale spirito e con quale forza, e non dimentichi di tutto questo vorremmo poter chiudere gli occhi su ciò che non vogliamo vedere e riaprirli laddove i  nostri sogni si sono concretizzati, là in mezzo a quel verde campo, felici, esultanti, plauditi.

Compagni di squadra, è vero, ma anche amici, complici, artefici di un gruppo che difficilmente si potrà mai riformare. Siamo uomini e quindi è logico che la fallibilità umana deve essere inclusa nel cuore stesso dei piani di ogni impresa, sia sportiva che non; ma la vittoria è la giusta celebrazione di questo magnifico gruppo che si è adoperato fino allo stremo perché si fosse noi a tagliare il traguardo vittoriosi. E se tante volte, nel corso dei lunghi inverni che andremo ad affrontare, risogneremo questi momenti o per non pensare al presente oppure per non pensare proprio, oppure se la tristezza ci assalirà come d’incanto, non disperiamo e il nostro tendere verso il sogno non sia una fuga, bensì un crescere lento e consapevole verso i traguardi che la vita ci pone e che vuole, così come in mezzo al verde campo, che tagliamo vittoriosi. Ci ricorderemo anche della fatica fatta per mettersi al pari con gli altri, delle inutili, con loro, discussioni.

Cosa siamo noi? Nulla in realtà, ma il nostro cuore è sincero, l’animo sicuro e fidato, siamo amici di chi ci è amico. Ma si risponde con rabbia a chi ci si rivolge sdegnato. Ma siamo, come tutti, pur sempre deboli, ma conta l’animo, e quello è forte; la volontà, e quella non manca; li abbiamo battuti tutti e vincere non ci stanca. Sono stati vissuti anche momenti meno felici in cui chiedevamo, stupidi, perché tanta fatica per primeggiare se poi non venivano riconosciuti i meriti; che fatica, pensavamo, che inutili sofferenze per poi ritrovarsi soli nel momento terribile della debacle, nel momento dello sconforto, nel momento del pianto. Anche in quei momenti, con incredibile speranza, non abbiamo mai mollato, e mentre inveivamo con rassegnazione abbiamo ogni volta fatto tesoro della lezione. Non ci siamo mai lasciati andare a scuse banali, a vittimismi e rimpianti, abbiamo sempre guardato avanti anche quando il futuro era incerto e non sapevamo dove guardare. Ma poi sono venuti i tempi buoni, quelli della raccolta necessaria, vigorosa; cosa non altro dopo tanta semina? E tra i sogni nel cassetto abbiamo sempre riposto una supremazia duratura, proprio come quella che si sta concretizzando ora. Tale supremazia un giorno forse si spezzerà, ma sarà proprio in quei momenti che ci dovranno e ci dovremo fare l’applauso più grosso, consapevoli come saremo di essere sempre andati in campo per vincere e mai, come fanno in molti, solo per ben figurare.

Come non ricordare che la vittoria più sofferta, forse, è stata nel 1983, anno in cui le speranze erano poche, la formazione sicuramente non la migliore, ma lo stesso incapace di perdere, se pur con tutte le attenuanti, quindi con onore. Poi due anni oscuri in cui eravamo forti si, ma incapaci di lottare, attimi incredibili, momenti tristi, difficili da spiegare. Nel 1986 la resurrezione, la dura battaglia, l’onorevole resa, un pizzico di rassegnazione. Quindi il trionfo, un calcio alla sfortuna, il raggiungimento dei livelli più alti di un ciclo che come dimostrato quest’anno, si spera non possa finire mai. E ora null’altro che trionfo, onori, feste, ma anche oneri quasi gravosi da sopportare; siamo noi la squadra da battere, da sconfiggere, se volete, da umiliare. Umiliarci, già, come riuscirci? In un solo modo ci potranno riuscire, e cioè se il gruppo si scioglierà, se sorgeranno inutili incomprensioni, gelosie, invidie, liti. Ma questo chi lo vuole? Proprio noi che l’abbiamo costruito? Sarebbe assurdo e proprio perché non lo vogliamo, impegnamoci già da ora affinché questo non accada mai.

Ma siamo noi eterni? Lungi da me il dire tale sciocchezza; è che voglio dire che potranno cambiare gli uomini, le situazioni, ma non lo spirito, la mentalità superiore che ci contraddistingue. E’ vero, in campo siamo dei buoni giocatori, abbiamo tutto il necessario, ma è utile non dimenticare che le partite le vinciamo prima ancora di giocare. Allora è giunto il momento di rinnovare l’impegno, la promessa di nuovi sacrifici, di nuove emozioni affinché anche l’anno prossimo ci si possa ritrovare così come siamo ora, allegri, festanti nel gioire tutti insieme per la splendida vittoria. Ed a me che ho scritto vorrei ricordare di essere sempre presente con queste semplici parole quando c’è una vittoria da celebrare. Siamo giunti alla fine di tale mio discorso, un po’ serio, è vero; ma chi l’ha detto che nella vita è serio solo ciò che si riferisce al lavoro e cose simili? Per noi, e i fatti lo dimostrano,è una cosa seria anche lo sport, l’agonismo, la contesa; e quindi è giunto il momento di alzarsi in piedi, sollevare i calici, e brindare alla vittoria, alla squadra, alla contrada.

Massimo Marchettini

Pranzo della vittoria, 1992

Si ringrazia  per la disponibilità e la collaborazione Massimo Marchetini, icona intramontabile della contrada del Granocchiaio.