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Una testimonianza diretta

Vi racconto io di quel bracciale che fa gola agli antiquari
La Nazione 30 Luglio 1981


Cercavamo qualcuno disposto a parlarci del pallone elastico. All’appello hanno risposto in diversi. Valerio Venturi ha voluto subito precisare una cosa: lui è un ex giocatore professionista del <<pallone al bracciale>>, quello che si giocava fino a una venticinquina di anni fa allo sferisterio delle Cascine. E questa specialità, con il pallone elastico, ha solo alcuni punti di contatto.

Dunque, Valerio Venturi cominciò a giocare nel 1938, come professionista. Iniziò a Firenze, poi andò tre anni a Livorno, a Faenza (ed era proprio lì quando fu annunciata la caduta del fascismo: mentre stavano giocando arrivò un messo a cavallo a leggere il proclama di Badoglio), a Pisa, tornò a Firenze, quindi ancora due anni a Rimini, poi di nuovo a Faenza, infine nuovamente a Firenze dove, dopo diciotto anni di attività, smise nel 1956. L’ingaggio era di 500-600 lire, più mille lire al mese di stipendio, che poteva essere più alto se uno aveva una famiglia da mantenere.

Come si giocava al pallone al bracciale?

<<C’erano due squadre_ spiega Valerio Venturi_ composte da tre giocatori ciascuna, ma ognuno giocava individualmente. Il punteggio era identico a quello che vale per il tamburello e per il tennis; c’erano da una parte un battitore, un terzino e una spalla rossi, dall’altra una battitore, un terzino e una spalla azzurri. La gente scommetteva al totalizzatore, come succede ora alle corse dei cavalli, e affollava gli sferisteri fino all’inverosimile. A Firenze ci sono state fino a cinquemila persone, a Livorno a volte si è toccato il <<tetto>> delle diecimila presenze>>.

Anche l’abbigliamento era particolare. Valerio se lo ricorda alla perfezione e così lo descrive: <<Il bracciale era di due chili, tutto fatto a mano, in legno di bossolo, dai fratelli Romanelli di Monte San Savino. I pantaloni erano alla cavallerizza, come quelli tornati di moda ora, la fusciacca era bicolore, appunto rossa o azzurra, da poter adoperare a seconda della squadra in cui si giocava, le calze bianche, la scarpe alte, di tela bianca, fatte di cuoio e chiodate sulla suola, per aderire bene al terreno>>.

Ora il gioco. Il battitore che doveva iniziare si lanciava da una pedana chiamata trampolino; a pochi metri di distanza stava il <<mandarino>> , quello cioè che aveva il compito di lanciare la in alto la palla che il battitore doveva colpire al volo per dare il via la gioco. A metà del campo, che era diviso da un cordino, stava il <<chiamatore>>, quello cioè che di volta in volta annunciava le variazioni del punteggio. Uno scambio, a volte, durava anche dieci minuti, con i sei giocatori che, proprio perché ognuno tirava a fare il proprio interesse, tentavano di beffarsi tra di loro con i tiri più smaliziati.

A proposito della palla, Venturi la descrive nei minimi particolari: <<Era fatta _dice_ con la pelle di un vitello adulto ma giovane, di circa una anno  e mezzo di età. Il <<pallonaio>>, (era un certo Gino di Monte San Savino) la concimava ben bene per farla diventare morbida. Il peso della palla doveva essere di circa 300 grammi: la pelle rivestiva una vescica di cuoio, sula quale veniva cucita  a mano una valvola tramite la quale venivano inserite dentro acqua e aria. Così, la palla cosparsa di grasso, diventava particolarmente elastica, tanto che a volte, durante la partita, faceva rimbalzi anche di una decina di metri>>.

Cosa è rimasto dentro di lei dopo aver giocato quasi venti anni?

<<Mi sono divertito, ho girato l’Italia, ma certo non mi sono arricchito. Per campare ho sempre fatto affidamento sul negozio di paglie e articoli per la casa, che mio padre aveva fin dal 1920. Poi, tutto è finito, principalmente perché non c’è stato ricambio nei giocatori. Ci voleva agilità e forza nelle braccia per giocare bene, ma campioni a un dato punto non ne sono più saltati fuori, e il bracciale è stato dimenticato>>.

A Firenze, insieme a Venturi, sono rimasti in tre che giocavano all’ora: Gino Bacchetti, detto <<Ginetto>>, che fu anche campione italiano, Giorgio Chiarini e Sergio Bonamici. Ma Firenze era una terra in cui nascevano pochi campioni che invece fiorivano a Prato (tale Mazzoni fu uno dei più ammirati giocatori del bracciale), a Roma (dove il più noto era uno di nome Balilla) a Faenza, a Mondolfo nelle Marche.

Ora, che il gioco è sparito, Valerio venturi e gli altri <<superstiti>> all’incalzare degli anni e dei nuovi giochi, vivono di ricordi legati a quel bracciale, che è diventato oggetto a cui fanno la caccia bramosi antiquari. Valerio venturi, dopo averlo appoggiato sul mobile buono del salotto, non ha comunque abbandonato lo sport agonistico. E’ stato per tredici anni capitano dei rossi nel calcio storico fiorentino, dopo che per ventisei anni aveva giocato nei bianchi. E poi, mentre ancora giocava negli sferisteri, si esibiva anche in squadre di calcio di serie C, dove ha militato per sette anni dividendosi fra Prato, Empoli, Montecatini, Montevarchi, Signa e Potenza.

Insomma d’estate bracciale e d’inverno calcio: è stata questa, forse, la ricetta che lo ha mantenuto in forma fino ad oggi, anche se un velo di tristezza ne turba la voce quando racconta di quel bel gioco che ora non c’è più.

Luca Frati